STORIA DELLA MINIERA

La coltivazione del giacimento di Servette ebbe inizio in epoca romana (forse pre-romana) e continuò fino al Medio Evo. Poi gli imbocchi delle antiche gallerie caddero in rovina e finirono sepolti da detriti; furono riportati alla luce nel XVIII sec. quando alcune valanghe asportarono i detriti che li ricoprivano. Grazie all’abbondanza di foreste nell’area, la miniera fu riattivata e la coltivazione riprese con tecniche più moderne: sul posto furono anche costruiti gli impianti di arricchimento, arrostimento e fusione del minerale. Il combustibile necessario era fornito dai carbonai che provvedevano in situ alla produzione del carbone impiegando legna di abete rosso e larice accatastata e carbonizzata in condizioni anaerobiche. A causa della scarsa lungimiranza dei nuovi minatori che miravano a profitti immediati, l’estrazione del minerale avvenne in modo irrazionale, cosicché vennero abbattuti anche i pilastri che gli antichi coltivatori avevano lasciato a sostegno delle volte, provocando già negli anni 1770-80 i primi crolli. Fino al 1780 dal giacimento venne estratta esclusivamente calcopirite che era trattata direttamente nei pressi della miniera. Nel XX sec. i lavori più importanti ebbero luogo a Chuc e furono orientati all’estrazione dello zolfo dalla pirite, nonché alla produzione di acido solforico, solfati e fertilizzanti. L’attività mineraria in Valle cessò definitivamente nel 1957.

FONDERIE TRÈVES

Da questo forno settecentesco si ottenne per lungo tempo del rame impiegando il minerale ricco in calcopirite estratto dal giacimento di Servette. Il processo produttivo comprendeva la cernita del grezzo estratto dal sottosuolo, la frantumazione e la macinazione con frantoi e mulini e la separazione dei granuli di calcopirite dalla frazione sterile. Una volta selezionato, il minerale veniva steso su un letto di legna ardente e arrostito per eliminare lo zolfo; poi veniva introdotto nel forno fusorio con una grande quantità di carbone di legna e riscaldato fino a raggiungere il punto di fusione stimato intorno ai 1000°C. In epoca romana e medievale tale processo veniva eseguito in bassiforni ubicati presso le miniere; successivamente grazie all’evoluzione della tecnologia metallurgica, fu eseguito in altiforni come la fonderia Trèves. Il forno era caricato dall’alto alternando strati di minerale arrostito con strati di combustibile (carbone di legna). All’interno della fornace, durante la fusione, aveva luogo il complesso processo chimico-fisico che, oltre al metallo, produceva gas e scorie di scarto. Il rame puro si otteneva mediante ripetuti cicli di fusione. Le pareti del forno erano robuste per sostenere la massa del minerale e costruite in pietrame idoneo per resistere alle alte temperature.

LE SCORIE

Gli accumuli di scorie lungo la strada poderale di Saint-Marcel costituiscono la testimonianza delle attività fusorie nella Valle. Le scorie variano per forma, dimensioni, colore, tessitura e porosità. Sono costituite principalmente da silicati di ferro e magnesio come la fayalite Fe2 (SiO4 ), da ossidi di ferro e alluminio quali la wustite e gli spinelli, da solfuri di ferro e rame e infine da vetro, in cui sono concentrati gli elementi residui della fusione (es. Ca, K). Le scorie di Servette sono caratterizate da incrostazioni verdi-azzurre costituite da malachite Cu2 [(OH)2 /CO3 ] e crisocolla Cu4 H4 [(OH)8 /Si4 O10] oppure arancio-bruno-gialle dovute alla presenza di idrossidi di ferro. Internamente e in superficie esse possono inglobare relitti di carbone interamente o parzialmente combusti. Le scorie sono derivate principalmente dalla fusione dei residui di materiale sterile che accompagnava il minerale arricchito, delle ceneri di combustione del carbone e di materiale roccioso minutamente frantumato (quarzo, carbonato, ecc.). Quest’ultimo veniva talora aggiunto appositamente per favorire il processo di “scorificazione” ossia la separazione durante la fusione della frazione metallica, che essendo più pesante e immiscibile si accumulava sul fondo, dal materiale sterile (ganga) che si separava come scoria. Vengono distinti due tipi principali: le scorie di evacuazione e le scorie grezze o di forno. Le scorie di evacuazione (dette anche di colata o di deflusso) erano prodotte per raffreddamento degli scarti silicatici fusi che fluivano all’esterno attraverso apposite aperture praticate alla base del forno. Si tratta generalmente di scorie grigio-violacee, piatte, lisce, compatte, poco porose che, a percussione, producono un suono metallico; talora presentano corrugamenti legati allo scorrimento del fuso (più marcati quando il fuso era molto viscoso), mammelloni, bolle e canali di degassazione. Nel forno, specialmente dopo il primo ciclo di fusione, rimanevano le scorie interne o scorie grezze, che venivano rimosse al termine di ogni ciclo di lavorazione. Queste scorie sono di color bruno-grigio-nero, porose, con superficie irregolare e possono includere clasti e locali bolle di degassazione. Al loro interno sono presenti talvolta porzioni non fuse del minerale originario, frammenti rocciosi e resti di carbone di legna.

TELEFERICA

Dall’inizio del XX secolo nella miniera di Servette continuò intensa l’attività per l’estrazione della pirite. Fino ai primi del ‘900 il trasporto a valle del minerale era effettuato attraverso slitte e carretti lungo le poche vie di collegamento esistenti quali la strada dei carretti, la strada Cavour e la mulattiera Fontillon-Plout. Nel 1918 venne costruita una teleferica a sette appoggi destinata al trasporto del minerale piritoso grezzo fino alla laveria situata in località Acque Verdi, lungo il torrente Saint-Marcel. La teleferica superava un dislivello di circa 670 m, era dotata di due benne da 6 q l’una e aveva una portata massima di 100 q al giorno. Nel 1940 divenne inservibile a causa della rottura della fune portante.

CANTIERE DI SERVETTE

La miniera comprende numerose gallerie scavate a varie quote, in corrispondenza delle maggiori concentrazioni di pirite e calcopirite. Le più importanti gallerie sono situate a sud-ovest degli alloggiamenti di Servette e sono denominate Gran Sala, Pompe e Forgia. Nel sottosuolo sono presenti grandi vuoti (“sale”), cunicoli, pozzi e blocchi abbandonati di minerale. Il sistema di coltivazione utilizzato a Servette era quello detto “a ripiena”, in cui le lenti mineralizzate venivano completamente abbattute e i vuoti erano riempiti con minerale di scarto o sostenuti da muri a secco. Gli attrezzi da lavoro impiegati dagli operai erano pochi e semplici quali: martelli ad aria compressa, mine, pale, picconi, elmetti per la protezione del capo, lampade ad acetilene per l’illuminazione e carrelli su rotaia per il trasporto all’esterno del materiale estratto. La ricerca di nuove lenti mineralizzate veniva effettuata tramite sondaggi con carotatori a corona. La mineralizzazione veniva abbattuta con l’esplosivo, fatto brillare dopo che il capocantiere aveva impartito l’ordine. L’area del cantiere era soggetta a frane di scivolamento del materiale sciolto lungo i versanti e a frane di crollo che interessavano sia gli imbocchi che gli interni delle gallerie, la maggior parte degli edifici e gli stessi sentieri.

Agli inizi del XX secolo il cantiere era collegato alla laveria (situata nel fondo valle) tramite la teleferica, le tubazioni dell’aria compressa, la linea elettrica e la linea telefonica. Gli operai del cantiere erano organizzati in squadre con turni di 8 ore per 6 giorni consecutivi: dalle 6.00 alle 14.00 e dalle 14.00 alle 22.00; le squadre si alternavano secondo turni settimanali. Gli operai erano organizzati in base alle proprie mansioni; si distinguevano in addetti al carico delle benne, manovali, minatori, sorveglianti. Gli addetti al carico delle benne lavoravano tutto il giorno al freddo o sotto il sole cocente, mentre i minatori ed i manovali trascorrevano le giornate all’interno delle umide gallerie. Dal 1952, a causa della diminuzione degli operai, venne effettuato un unico turno di lavoro dalle 7.00 alle 14.00. Gli operai consumavano il pranzo e la cena nei locali messi a disposizione dalla ditta e uno di loro cucinava o/ e riscaldava le vivande portate dal personale. Ciascuno doveva provvedere personalmente alle proprie bevande e al vitto. Gli operai provenivano per la maggior parte da SaintMarcel o dai paesi limitrofi. Dovevano raggiungere il posto di lavoro a piedi entro le 6.00. La sera rientravano a casa eccetto quelli di Saint-Denis e delle province di Bergamo, Brescia e Venezia, che pernottavano nelle case operaie. Utilizzavano il tempo libero giocando a carte, a bocce o riposandosi; a volte scendevano fino a Seissogne o a Plout per trascorrere la serata all’osteria a bere e ballare con gli amici. Il personale della miniera non possedeva abbigliamento impermeabile, calzava zoccoli in legno e calze di lana, indossava pantaloni con grosse toppe (knikkerbockers), maglioni di lana, camicie e canottiere. Non indossava né guanti né cappelli, ma dal 1947 venne imposto l’uso dell’elmetto di protezione. La temperatura all’interno delle gallerie era costante, ma gli operai venivano a contatto con frequenti correnti d’aria. L’aria respirata era tutt’altro che sana, il gas che si diffondeva dopo le esplosioni e la polvere provocavano spesso giramenti di testa, intossicazioni, mal di pancia e di gola. Quasi nessuno era esente dalla silicosi ed era molto diffuso tra gli operai il mal di schiena causato dalle dure condizioni di lavoro e dall’alto tasso di umidità. Quando un operaio si feriva otteneva i primi soccorsi dal capo-cantiere nell’infermeria e, nei casi più gravi, veniva trasportato all’ospedale. In caso di malattia o di infortunio, l’operaio poteva usufruire di un’indennità comunque inferiore alla retribuzione ordinaria. Ogni anno gli operai dovevano sottoporsi ad una visita medica istituita come servizio di previdenza sociale. Godevano di 6 giorni di ferie all’anno, percepivano uno stipendio che variava a seconda della mansione svolta e delle ore di lavoro. Non erano tutelati da leggi particolari, ma potevano essere iscritti ai sindacati.

MINIERA ROMANA

Si tratta di una fenditura lunga circa 7-8 m nella parete rocciosa, parzialmente nascosta dal detrito. Non ci sono dati che ne certifichino in assoluto l’età romana, tuttavia la tecnica di coltivazione utilizzata e la certezza che gli antichi romani lavorassero in numerose miniere della Valle d’Aosta confermerebbero questa tesi. Essa era stata avanzata da De Robilant, Ispettore Generale delle miniere degli Stati Sabaudi in un atto del 1788. Egli aveva notato nelle gallerie di Servette la presenza di nicchie predisposte per accatastare il legname da bruciare per rendere la roccia più tenera e lavorabile ed inoltre che i sotterranei avevano più sbocchi per evacuare velocemente i fumi tossici prodotti dall’azione del fuoco sulla roccia. Secondo i suoi calcoli, dall’antichità al ripristino della miniera nel XVIII secolo erano stati estratti dal giacimento più di 80.000 quintali di rame.

RICOVERO | POLVERIERE

Il ricovero del guardiano fu l’ultimo edificio ad essere abbandonato alla chiusura del cantiere. Al suo interno è presente ancora il letto. Più a valle vi sono due polveriere che fungevano da deposito per l’esplosivo. La loro funzione le rendeva molto pericolose e vulnerabili, per questo motivo erano dotate di una serie di accorgimenti preventivi che ancora oggi si possono osservare. Entrambe sono recintate con rete metallica alta circa tre metri e sono impermeabilizzate con catrame, per evitare che l’esplosivo potesse inumidirsi e diventare inutilizzabile. La caratteristica più interessante è l’ingabbiamento della struttura (gabbia di Faraday) alla cui base sono presenti dei cavetti di rame che confluiscono in un unico punto più a valle della costruzione che servivano per scaricare a terra eventuali fulmini che si fossero abbattuti sulla polveriera. Gli esplosivi adoperati negli ultimi anni d’attività erano gelignite e dinamite, il primo serviva per abbattere il minerale e i micascisti, il secondo per le anfiboliti. Le mine venivano fatte brillare con esploditore elettrico Schäffler, mentre nei tempi passati si utilizzavano micce a combustione.

GALLERIA SAN GIUSEPPE

l livello 1725m, denominato galleria San Giuseppe, fu scavato per 101 m dagli antichi coltivatori e quindi per altri 100 m nel 1952 entro scisti a granato e cloritoscisti per servire da ribasso al sovrastante livello Tiller. Al fondo della galleria venne scavato anche un camino lungo 29 metri inclinato di 36° per il collegamento col livello Tiller, ma esso non fu mai portato a termine; lo scavo si arrestò infatti dopo i primi 6 m. La galleria ha un andamento regolare e rettilineo per circa 100 m, poi svolta a destra in un punto dove la volta della grotta è sorretta da alcune travi. Prosegue quindi più stretta e bassa e continua fino al camino incompiuto. Sul terreno si possono ancora osservare le traversine delle rotaie per i carrelli Decauville con i quali veniva trasportato il materiale. In diversi punti della galleria è presente acqua stagnante rossastra profonda circa una decina di centimetri che contribuisce a conservare le antiche traversine in legno della galleria.